#MAMMERDE

Ho pensato molto al fatto di scrivere o meno questo post, se ci fosse davvero l’esigenza o l’utilità, ma poi mi sono detta sticazzi io ne ho bisogno e quindi lo faccio.
Tutto è partito da un mio post scritto ieri sera su facebook  ( https://www.facebook.com/irene.vella2/posts/10204365985607087?notif_t=like ), uno sfogo dopo che la mamma di un compagno di scuola e di calcio dello gnomo ha invitato tutti i compagni tranne lui.
La mia reazione iniziale è stata semplice: una strage.
Vedere gli occhi del proprio figlio gonfiarsi di lacrime per essere stato escluso (ma subito dopo ricacciarle indietro facendo il superiore) scatenerebbe istinti omicidi in qualunque madre che si rispetti, per fortuna che in famiglia Gabriele è l’adulto della situazione.
Ma i bambini devono essere tali, non devono aver paura di nascondere le proprie debolezze, per esempio io perché dovrei nascondere che se avessi un paio di forbici taglierei tutti i capelli della stronza genitrice? o ancora meglio potrei strapparle la gonna e lasciarla in mutande davanti al cancello di scuola(sperando indossi quelle  della nonna).
Mio figlio mi ha lasciata interdetta con “mamma stai tranquilla, non te la prendere (io…), magari è solo perché vengo da fuori, ci vuole un po’ prima che gli altri mi accolgano (cazzo un po’ va bene, ma siamo al secondo anno, non è troppo?), quando loro vorranno io ci sarò.
Allora l’ira funesta si è aggrappata di ogni mio neurone ed ho cominciato a pensare all’organizzazione di una mega festa che l’abito di Belen al matrimonio della Canalis scansate, tipo con nani, giocolieri, calciatori di serie A che giocano solo con lo gnomo, e gonfiabili per tutto il perimetro della villa (due ettari) e sticazzi, senza invitare la tipa e il di lei figlio.
Ma lo gnomo mi ha stupito ancora una volta “io non sono come lui. Se faccio una festa invito tutti.”
ecco ora mi sento pure in colpa perché sono una #mammerda pure io.
Allora facciamo così organizzo l’evento dell’anno, quello di cui parleranno per gli anni a venire, campando così di rendita per diverso tempo, e sto.
Nel frattempo però stilo un decalogo per riconoscerle, perché anche se scuola che vai #mammerda che trovi, certi personaggi sono uguali da regione a regione, cambia solo l’accento perché teste di cazzo sono e teste di cazzo resteranno.
Dal libro “Credevo fosse un’amica ed in invece era una stronza” il capitolo dedicato alle stronze mamme

Le mamme stronze
E continuiamo il viaggio nel mondo delle stronze, oggi ci occuperemo di una categoria a me davvero cara: le stronze mamme, che per la proprietà commutativa si possono trasformare nelle mamme stronze che tanto il risultato non cambia: sempre stronze sono.
Il branco si ritrova di solito all’esterno di una scuola, sia essa materna, elementare o media, dopo i figli sono troppo grandi e hanno provveduto in primis a sfancularle senza aspettare che lo faccia qualcun altro per loro, e le riconosci facilmente dallo sguardo che hanno.
Ti squadrano dall’alto verso il basso per capire chi cazzo sei, chi è tuo figlio, perché sei in pigiama e soprattutto orrore! perché non ti sei messa un minimo di stucco sulla faccia prima di uscire, non lo so almeno il mascara dico io.
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Le mamme stronze passano ore davanti al cancello della scuola, se non c’è un bar a tiro, altrimenti ci si spostano in gruppi e le ore le passano lì, dove si deliziano praticando il loro sport preferito: il taglia e cuci.
Parlano di vari argomenti. Si va dall’abbigliamento al must delle loro discussioni: quelle infami delle mamme lavoratrici che rovinano l’infanzia dei loro poveri putipù abbandonandoli per ore a scuola e di sicuro verranno su come serial killer, per concludere con il metodo educativo dei figli, e il loro è sempre il migliore.
Di solito la capa delle mamme stronze è decente, esteticamente dico, e ama circondarsi di cesse che l’adorino e non la contraddicano mai, pena l’esclusione dal branco e la messa alla gogna la mattina dopo.
E qui interviene l’aneddoto.
Mio figlio ha otto anni, il suo nome è Gabriele, ma per tutti è diventato lo gnomo (da grande mi odierà forse), un po’ perché il cugino è quindici centimetri più alto di lui – pur avendo la stessa età –, un po’ perché ha le orecchie a punta e sembra un elfo dei boschi (ma elfo era troppo strano come soprannome), ma uno gnomo super figo sia chiaro.
In ogni caso l’amore di mamma sua frequentava una classe in cui c’era il figlio perfettino di una di queste care mamme.
Quelle che:
“Mio figlio non si è mai tolto una caccola” (beata, il mio se le mangia!).

“Mio figlio non ha mai avuto i pidocchi, è troppo pulito per avercene: sia chiaro sono stati gli extracomunitari che li hanno riportati” (pensa te, a noi un anno i pidocchi ci hanno invaso, hanno fatto una strage: mamma, babbo, figlia più grande e gnomo che aveva sei mesi cinque capelli in croce in testa e tre pidocchi).
E soprattutto: “Mio figlio non dice le parolacce, perché noi siamo una famiglia per bene e non le diciamo sia chiaro” (magari non le dicono ma sono dei delatori – e chi fa la spia non è figlio di Maria – dei compagni ignari di cotanta grazia e appartenenti a genitori che al volante infamano gli altri guidatori così tanto che il navigatore non indica le strade ma bippa le parolacce).
L’enunciato è quindi chiaro e lapalissiano.
La mamma stronza per osmosi genera figli stronzi.
Quelli che “maestra lo gnomo ha detto una parolaccia”.
“Maestra la mamma dello gnomo dice le parolacce”.
E qui interviene lo gnomo, putipù amore della sua mamma stronza di rimando (che sarei io) e si presenta:
“Maestra sa che la mia mamma ha scritto un libro sulle puntini puntini amiche?”
La maestra: “Gabriele perché dici puntini puntini ?”
G: “Perché c’è una parolaccia”.
M: “Qual è?” (ma ora dico, perché indagare? Su, lo sanno tutti che la cacca più la rigiri più puzza, mica l’ho inventato io il detto, eh).
G: “Stronzamiche”.

Interviene il figlio stronzo di mamma stronza:
“Aaaah, tua mamma dice la parolaccia stronze?”
Gnomo con nonchalance: “Sì ma mica dice solo stronze dice anche quella con la doppia zeta, in particolare la mattina se siamo in ritardo e davanti c’è una macchina con il guidatore che va piano gli urla: ‘Testa di cazzo ti muovi che faccio tardi a scuola!!!’”.
No ecco, così, tanto per dire.
Noi mamme stronze di rimando generiamo bimbi merda.
I nostri.”
Irene Vella